La testimonianza di Paola M.

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Rapporti sociali

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La signora Paola a causa della sclerosi multipla, ha visto ridursi progressivamente la propria autonomia. Vive da sola, in un appartamento popolare e, per spostarsi, fa affidamento soltanto sulla residuale mobilità delle dita della mano sinistra, quanto basta per azionare la carrozzina elettrica. Il rapporto tra Osa e Paola M., oggi 50enne, è iniziato nel 2007. Sono sette anni che usufruisco del servizio. Hanno iniziato a seguirmi un anno e mezzo dopo la scoperta della malattia. Ho conosciuto Andrea, il mio operatore, dopo essermi rivolta al Comune e aver parlato con l'assistente sociale e la coordinatrice del servizio. Quello fu un periodo molto delicato: a 42 anni mi sono trovata a non poter lavorare più, a dover stare ferma. Dall'indipendenza sono passata alla dipendenza totale. E per fortuna ho trovato Andrea. Lui è il massimo: è sempre pronto alla battuta, ci puoi chiacchierare di qualsiasi cosa e scambiare opinioni in libertà. Ci conosciamo da sette anni e con lui quelle due ore passano serenamente. Non avrei resistito con un "musone" accanto a me. Una volta all'anno, devo essere trasportata a Sulmona per un ricovero ospedaliero della durata di circa due mesi. Quando andiamo lì mi accompagna il servizio, ma viene anche mio fratello con la sua macchina. Gli ho chiesto di non venire, perché ci sono gli operatori di cui lui si fida. Ma alla fine anche lui ci tiene a far parte del gruppo. Se tu stai bene, io sono tranquillo mi dice. E io con gli operatori non mi posso proprio lamentare. Hanno concesso a mio fratello di ritrovare quella serenità e quegli spazi che aveva perso nei primi anni della mia malattia. Mesi, settimane, giorni lunghi e carichi d'ansia. Ma ora penso sempre di meno alla malattia. Combatto, ho voltato pagina grazie alla presenza dei "miei" operatori. Prima del loro arrivo ero quasi autosufficiente. Avevo il deambulatore, riuscivo a mettermi a letto da sola. Ma fuori avevo già bisogno della sedia a rotelle. L'umore, poi, era pessimo: quando mi hanno diagnosticato la malattia, non potevano neanche darmi il buongiorno. Dopo il periodo di riabilitazione all'ospedale e i primi 15 tremendi giorni, ho iniziato a superare il colpo da sola, senza l'aiuto di uno psicologo. Accanto a me c'erano infermieri e operatori che mi tiravano su a forza di battute e di scherzi, evitando di parlare di quello che avevo. Ho sempre avuto un carattere gioviale e a quel punto la malattia non ha fatto altro che potenziare questo lato del mio ego. Da quando è arrivata OSA, in sostituzione della cooperativa precedente, qualcosa è cambiato. In sette anni ho visto diverse cooperative e quando è venuta OSA, sinceramente, ho notato più serenità negli operatori. Non mi interessa sapere i motivi, chiedere perché sono più sorridenti. L?importante è che questo migliori la vita dell'utente. Se l'operatore è appagato, viene con il sorriso e fa stare meglio l'assistito. Con Andrea c'è amicizia. Quando andiamo con il pulmino, è molto attento nell'evitare dossi e buche. Come se al volante ci fosse mio fratello o un familiare. Non penso che lo faccia per pietà, perché se me ne accorgessi osserva la signora commuovendosi finirebbe il nostro rapporto. Quando va via, sono appagata, sto bene. Lo stesso vale per Nicola e per la coordinatrice, Antonella. Un giorno mi ha chiamato per avvertirmi che Nicola non sarebbe venuto. Lui si era raccomandato di avvisarmi, era preoccupato per me. È bastato questo piccolo gesto per farmi capire quanto io sia importante per gli operatori. Quando vanno via, mi manca la compagnia e rimango sola. Poi ci ripenso e mi dico: "sono stata bene due ore". Prima di andarsene, Andrea si accerta che sia chiuso il gas, di aver avviato la lavatrice e che i panni siano regolarmente stesi. Piccoli accorgimenti che mi danno un senso di sicurezza, che mi fanno sentire in famiglia. La stessa sensazione che provo quando mi ritrovo con le amiche e gli amici nei centri sociali per persone anziane e diversamente abili. Il pranzo di Natale? che divertimento. Osservo le signore danzare e non mi perdo neanche un momento della festa. Prima potevo partecipare ai laboratori, ma ora la malattia non me lo permette più. Ma a me basta essere lì, fare presenza. Sono contenta lo stesso. Antonella lo sa bene! Quando sono stata ricoverata a Roma per quattro mesi, mi ha fatto una telefonata che mi ha strappato una bella risata: "Quando vieni? Sbrigati a tornare, dobbiamo andare alle feste!".

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