La testimonianza di Maria Teresa

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Patologia

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Maria Teresa ha cominciato a fare i conti con l'Aids nel 2005, dopo il decesso del compagno, quell'uomo che aveva sposato, e che per anni l'aveva tenuta all'oscuro della malattia. Rimasta sola, con la forte tentazione di lasciarsi abbracciare dalla depressione e abbandonare ogni tentativo di lottare, Maria Teresa ha invece trovato un sostegno cruciale anche grazie a OSA. Ora la signora, un'insegnante, ha deciso di raccontare la sua storia: Tutto iniziò nel 2005 - non riesco a ricordarmi con esattezza del primo giorno - della prima volta che le operatrici sono arrivate a casa mia. So solo che rischiavo di farmi trascinare a fondo dal dolore e che il loro aiuto è stato qualcosa di molto importante. Per quanto fossi molto annebbiata dal dispiacere, dal mio risentimento, dalla mia rabbia nei confronti di quella persona che mi aveva ridotto in quelle condizioni, sono riuscita a trovare un lumicino di speranza. Quando stavo male, ma ancora non sapevo dell'Aids, mi imbottivo di medicine e andavo a lavoro. Erano passati degli anni dalla morte di mio marito e non si vedeva niente. Avevo rifiutato di fare il test, perché mi sentivo in grado di continuare a fare la professoressa. Mi continuavo a ripetere che fino a che non avessi saputo della malattia, avrei potuto continuare a essere una madre e un'insegnante a tempo pieno. Ma con questo mio comportamento, con il rifiuto del test e della malattia, alla fine dopo alcuni anni ebbi un lungo ricovero all'ospedale. Il primario, vedendo dei grossi focolai, disse davanti ai miei figli che ero affetta da tumore. Così, senza nessun problema, diede una notizia del genere. Per fortuna ci fu l?intervento di una psicologa, ebbe un'intuizione: "Ma non potrebbe essere quella famosa malattia?". Chiese l'autorizzazione ai miei figli e feci il test. Dopo i primi tremendi incontri con la malattia, ho deciso di affidarmi a OSA. Ero ricoverata da tempo ormai, mi ricordo ancora quella frase dettami da uno degli operatori: "E se noi venissimo da te in modo che tu possa sfogarti e parlare?". Fu una cosa stupenda perché era proprio quello che volevo. Mi sono sentita sostenuta e motivata, le medicine non bastavano più a tranquillizzarmi, ero ancora troppo scossa nel profondo del cuore da quello che aveva fatto mio marito, e dalla scoperta della malattia, alla fine ho sbottato. Vanno bene tutti i farmaci del mondo, ma io ho bisogno di parlare. Mi sento persa in una foresta e voglio urlare tutto quello che ho dentro. A quel punto mi trovai vicino una psicologa. Potevo finalmente iniziare a dialogare con una persona ricca di umanità che avrebbe potuto aiutarmi a ritrovare la strada giusta. Riuscii a parlare, a dire quello che non andava. Riuscii a dire quello che avevo subito. All'inizio ci vedevamo due volte a settimana, poi una. Quindi, sempre con meno frequenza. Il numero sempre minore di incontri con la psicologa mi turbava, tanto che anche mio figlio se ne accorse. Capii che avevo bisogno di una persona accanto, di una figura di riferimento che poteva raccogliere i miei sfoghi e consigliarmi nei momenti di sconforto. Alla fine mi consultai con il mio medico di famiglia, che mi segnalò un'altra psicologa. Andai da questa professionista soprattutto per i miei figli. I ruoli in casa si erano invertiti, loro sembravano i miei genitori. Non avevo voglia di mangiare, di reagire ma dovevo farlo per loro. Dopo qualche mese e diverse sedute, la psicologa mi disse che da quel punto in poi avrei potuto iniziare di nuovo a camminare con le mie gambe. Mi ha aiutata molto. In breve tempo sono riuscita a riappropriarmi di una condizione di autonomia notevole. Il servizio mi ha aiutato molto. Avevo contratto la neuro-toxoplasmosi e avevo un'emiparesi. Mi colpì la parte sinistra del corpo. Ma oggi mi muovo con maggiore disinvoltura. All'inizio usufruivo solo dell'accompagno in ospedale, non solo per la macchina in sé ma soprattutto per il sostegno che mi davano gli operatori. Un giorno mi dissero "Tu sei ancora la stessa persona di prima. Ma se tu ci aprissi le porte di casa tua staresti meglio?". Io scoppiai a piangere. Da quel momento in poi, nella mia vita sono entrate Chiara e Vanessa. Venivano a casa, erano comprensive e intelligenti, mi ascoltavano con molta attenzione e questo mi ha aiutato molto. Da OSA avevo questo sostegno importantissimo. Prima ero stata costretta a tenere tutto per me. Mio padre e mia madre, mia sorella pieni di pregiudizi, non potevo parlare con loro. Con chi avrei dovuto sfogarmi? Giusto con i miei figli che hanno saputo tutto insieme, poverini, di me e del padre. Ora la mia vita è migliorata, ho acquisito maggiore autonomia, ho recuperato la capacità di andare avanti e so di poter provare a riprendere la vita di un tempo. Questo è stupendo. Sono molto riconoscente alle operatrici. Si è creato un rapporto molto forte, sono persone molto importanti e mi sento in debito con loro. A Natale di solito regalo loro una bella pianta, perché so che loro ci sono sempre per me. Sento il bisogno di contraccambiare anche perché hanno indirettamente aiutato anche i miei figli. Un esempio? Ho recuperato le forze per stare vicino alla più piccola e correggere i suoi compiti. E, soprattutto, ho visto mio figlio sbocciare. Più le assistenti erano presenti, più lui si è riuscito a svincolare da tutta quella serie di retroscena familiari che gli avevano tarpato le ali. Sapendo che c'erano persone che mi aiutavano, si è finalmente dedicato alla sua vita: si è iscritto all'università e si è fidanzato. Così il servizio ha aiutato anche i miei figli, restituendo loro quella serenità di cui erano stati privati troppo in fretta.

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